Mi capita molto spesso di vedere genitori che intervengono appena i pargoli, tra fratelli o amici, iniziano a discutere.
Questa tendenza, che porta naturalmente con sé tutte le migliori intenzioni, in realtà va a discapito dei bambini, cui togliamo la possibilità di misurarsi con qualcosa che li farebbe crescere e maturare molto: il conflitto.
Gestire il conflitto.
Davanti a due bimbi che litigano, la tendenza dei genitori è quella di intervenire. Ma questo continuo bisogno di “moderare” potrebbe essere controproducente. Il conflitto fa parte della vita di tutti i giorni e lì fuori non c’è sempre un saggio moderatore pronto ad intervenire. Pertanto è bene che i bambini sin dai primi anni di vita imparino a stare nel conflitto. Un gioco conteso può diventare una preziosa opportunità per imparare l’arte della mediazione, per applicare il problem solving, comunicare efficacemente e farmi ascoltare. Troppe chance perse se invece interviene un adulto che, ancora una volta, opera al posto mio, servendomi un piatto già pronto e privandomi della preziosa opportunità di trovare nuove risorse dentro di me. Gli adulti dovrebbero intervenire solo quando i bambini non riescono a risolvere il conflitto arrivando, ad esempio, a spintoni e schiaffi; qui un intervento si rende utile. Ma è importante come interveniamo; fornire soluzioni pronte è inutile. Risulta molto più idoneo invece stimolare nuovi percorsi di pensiero cui i bambini non arrivino da sé. La prima azione consigliata è avvicinarsi al bambino che in quel momento è la “vittima” (quello ad esempio cui è stato tolto il gioco di mano), manifestare empatia nei suoi confronti e calmarlo. Molto probabilmente il bambino che in quel momento è “persecutore”, se non si dà enfasi alla sua cattiva azione, rimproverandolo, gridando o obbligandolo a restituire il gioco, tenderà a rendersi conto da solo di aver sbagliato e si ridimensionerà. Altrimenti il genitore guiderà la “vittima” ad avvicinarsi al “persecutore” e a trovare assieme una possibile mediazione.
Nella relazione con gli altri bimbi, è anche molto importante non fare paragoni; siamo tutti diversi e UNICI. Poche cose possono arrivare a essere più frustranti dei paragoni tra un fratello e l’altro, o tra un bambino e un suo compagno di classe, per fargli notare i suoi errori, la sua mancanza di iniziativa, le qualità che non ha. A volte, un errore commesso da molti genitori è quello di parlare dei figli ad alta voce tra di loro, come se loro non potessero ascoltarli: “Non so come fare, mia figlia è timida, non è come sua sorella che è così socievole”.
Commenti come questo sono dolorosi e generano un sentimento negativo che non solo svilupperà dell’odio verso i genitori e la sorella/amica di turno, ma anche un sentimento interiore di inferiorità.
COME LA VEDO IO:
Mamma, ma io e il mio amico non stavamo litigando! Noi giochiamo così! Fidati di me, vedrai che ce la caviamo anche senza il tuo intervento!
Dott.ssa Cinzia Ponticelli
Pedagogista Albo APEI – Counselor – Formatrice Albo Professionale AIF
Testo ed illustrazione tratti dal libro “Con gli occhi dei bambini. Manuale per apprendisti genitori” di Cinzia Ponticelli e Florisa Sciannamea, Edizioni dal Sud, Bari 2016.